Overtourism e Turismo disfunzionale ecco il vero problema!

Viaggiamo e vediamo sempre più luoghi, ma spesso non li comprendiamo davvero. Le città vengono vissute come semplici scenografie per foto e video, mentre le loro storie restano invisibili.

Il turista vede il mondo ma non lo ascolta.

Infatti, Immaginate di essere di fronte alla fontana di Trevi. Intorno a voi ci sono decine di persone: tutti scattano foto, cercano il punto migliore per un video, e via dicendo, ma in realtà, quasi nessuno sa davvero cosa sta guardando.

È questo il paradosso del turismo di oggi: viaggiamo e vediamo più luoghi che mai, ma spesso non li comprendiamo.

Quindi il vero problema non è solo l’overtourism. Il problema è un turismo disfunzionale, concentrato, veloce e superficiale, dove le città diventano scenografie e le storie dei luoghi restano invisibili.

Ecco perché nasce Guidexpress: una piattaforma che usa GPS e AI per trasformare ogni luogo in un racconto audio personalizzato, multilingue e automatico. In poche parole: tu cammini e la città si racconta.

Guidexpress vuole ricostruire una relazione più consapevole tra le persone e i luoghi che visitiamo.  Perché un luogo storico non dovrebbe limitarsi a essere “una foto su instagram”. Dovrebbe riuscire a raccontare perché esiste, quali storie custodisce, le sue botteghe storiche, il territorio, il suo tessuto sociale e via dicendo.

Queste sono le cose importanti per comprendere davvero un luogo nuovo e la nostra generazione lo sta dimenticando!

A questo proposito questa mattina ho trovato un articolo scritto da Isabella Talone in arte @isamuko sul suo blog "miciporto" che ho trovato MOLTO interessante e proprio per questo voglio riportarvelo (potete consultare l'articolo originale a questo link: articolo completo
Fateci sapere cosa ne pensate...buona lettura!
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Il problema non è l'overturism. Il problema è l'ignoranza disfunzionale di chi viaggia oggi

L’Italia non rischia soltanto di soccombere all’overtourism. Ma di non riuscire più a raccontare e a far rispettare il valore del proprio patrimonio artistico e culturale.

L’Italia possiede il più alto numero di siti UNESCO al mondo: 61 patrimoni riconosciuti, distribuiti in un territorio relativamente piccolo ma straordinariamente denso di stratificazioni storiche, artistiche e paesaggistiche.
Non si tratta soltanto di grandi monumenti o musei celebri. Il patrimonio culturale italiano è composto da migliaia di chiese, palazzi, biblioteche, botteghe, centri storici, archivi, paesaggi agricoli, siti archeologici e luoghi della memoria che costruiscono un ecosistema fragile e complesso.

Secondo i dati della Fondazione Scuola dei beni culturali, in Italia esistono oltre 4.400 tra musei, aree archeologiche e monumenti aperti al pubblico. Negli ultimi anni il turismo culturale nel nostro paese è cresciuto enormemente. Nel 2024 i solo i musei statali italiani hanno superato i 60 milioni di visitatori, mentre quasi il 44% dei turisti stranieri sceglie l’Italia principalmente per il suo patrimonio artistico e culturale. Sono numeri che raccontano un interesse reale verso il nostro paese, ma che mostrano anche una trasformazione molto più profonda del nostro rapporto con i luoghi storici e quindi con il nostro patrimonio culturale.

Oggi il problema non è soltanto quanti turisti arrivano in Italia, ma il modo in cui il nostro patrimonio viene percepito, attraversato e consumato.

Che tipo di relazione riescono davvero a costruire i turisti che arrivano in Italia con il patrimonio che incontrano? Perché il rapporto tra le persone e i luoghi culturali non nasce spontaneamente: viene continuamente modellato dal modo in cui quel patrimonio viene raccontato, comunicato e reso accessibile.

Spesso si parla del visitatore come unico responsabile della superficialità contemporanea, ma sarebbe una lettura troppo semplice. Anche le istituzioni culturali hanno una responsabilità enorme nel modo in cui il patrimonio viene percepito. Per anni - e alcuni lo fanno ancora oggi - molti musei, fondazioni e luoghi storici hanno comunicato l’arte attraverso linguaggi chiusi, autoreferenziali o eccessivamente accademici, incapaci di creare una relazione reale con il pubblico. Molte persone non si allontanano dalla cultura perché disinteressate, ma perché si sentono escluse da un linguaggio che sembra parlare soltanto agli addetti ai lavori.

Questo ha creato un vuoto comunicativo enorme che i social network hanno riempito rapidamente.

Negli ultimi quindici anni proprio i social hanno cambiato radicalmente il rapporto tra persone, viaggio e cultura. Instagram, TikTok e YouTube sono diventati strumenti centrali nella costruzione dell’immaginario turistico contemporaneo. Secondo diverse ricerche internazionali, oltre il 70% dei viaggiatori utilizza i social media per scegliere destinazioni e pianificare “esperienze”, mentre milioni di persone ogni giorno scoprono città, monumenti e musei attraverso contenuti brevi e fortemente visivi.

Questo cambiamento ha avuto effetti importanti e in parte positivi. I social hanno reso la cultura più “accessibile” e alla portata di tutti, avvicinato nuove generazioni all’arte e dato visibilità a luoghi che per molto tempo erano rimasti fuori dalle grandi narrazioni turistiche. Molti professionisti della divulgazione culturale hanno costruito contenuti seri, capaci di semplificare temi complessi senza banalizzarli.

Ma insieme a questo fenomeno si è sviluppata anche una trasformazione più problematica: l’idea che basti avere un telefono in mano e una buona capacità narrativa per fare divulgazione culturale. Il viaggio nasce sempre meno da una ricerca personale e sempre più da una sequenza di immagini veloci viste online che costruiscono il nostro desiderio, la nostra aspettativa e la voglia di andare in un determinato luogo, città, museo.

Il problema dunque non è soltanto la crescita incontrollata del turismo. È la trasformazione culturale che questo meccanismo sta producendo, ovvero un turismo sempre meno consapevole e disfunzionale.

Per secoli i luoghi culturali sono stati spazi da attraversare lentamente. Per comprendere una città serviva tempo: bisognava camminarla, ascoltarla, studiarne la storia, osservare le stratificazioni architettoniche, entrare nei suoi silenzi, leggere libri, vedere film.

Oggi invece molti luoghi vengono scelti perché immediatamente riconoscibili, fotografabili e condivisibili sui social. La logica dell’algoritmo ha progressivamente sostituito quella della scoperta, della curiosità e dello studio. Non è un caso che esista ormai un’estetica globale del viaggio: le stesse terrazze, gli stessi scorci, le stesse pose, gli stessi tramonti. Tutto dannatamente uguale. Nessuna sensibilità individuale ma solo una narrazione uguale valida per tutti. Alcuni studiosi parlano apertamente di “social tourism”, un turismo guidato dalla riproduzione visiva più che dalla comprensione culturale. Il risultato è che molti luoghi smettono di essere percepiti come patrimoni storici complessi e diventano scenografie per le foto.

L’algoritmo privilegia ciò che cattura immediatamente l’attenzione. Premia velocità, riconoscibilità, emozione istantanea. E questo inevitabilmente modifica anche il modo in cui i luoghi vengono raccontati.

Molte persone arrivano in una città con la sensazione di conoscerla già. Hanno visto centinaia di fotografie, reel e video. Conoscono gli scorci iconici, i punti panoramici, le immagini più condivise. Ma questa familiarità visiva viene spesso confusa con la conoscenza reale.

Vedere continuamente qualcosa non significa però averla compresa.

Il sociologo e antropologo francese Marc Augé, già negli anni Novanta, aveva individuato una trasformazione molto profonda del nostro rapporto con il mondo contemporaneo. Nel libro Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità descriveva una società sempre più dominata dalla velocità, dall’eccesso di informazioni e dal consumo rapido degli spazi.
Per spiegare questo cambiamento utilizzava il termine “surmodernità”: una fase storica in cui tutto diventa accelerato, sovraccarico e continuamente disponibile.

Secondo Augé, uno degli effetti più evidenti di questa trasformazione è la perdita del rapporto lento e relazionale con i luoghi. Una città non era soltanto qualcosa da vedere: era un ambiente da abitare, capire, attraversare nel tempo. I luoghi custodivano identità, relazioni sociali, rituali quotidiani e stratificazioni storiche. La contemporaneità invece produce sempre più “nonluoghi”: aeroporti, centri commerciali, autostrade, catene alberghiere, spazi anonimi pensati per il passaggio rapido e non per creare relazione o appartenenza.

Questa riflessione oggi si può estendere anche al turismo culturale e ai social network. Perché molti luoghi storici stanno iniziando a essere vissuti secondo la stessa logica del consumo rapido. Un tempo il viaggio implicava scoperta. Arrivare in una città significava confrontarsi con qualcosa che non si conosceva davvero. Esisteva il tempo dell’attesa, dell’orientamento con una cartina geografica in mano, persino dello smarrimento. Che bello era perdersi nelle città… Il luogo aveva ancora la capacità di sorprendere perché non era stato completamente anticipato dalle immagini.

Oggi invece accade che arriviamo nei luoghi già saturi di immagini viste e riviste decine o centinaia di volte. Conosciamo in anticipo gli scorci “da fotografare”, anzi andiamo a cercare solo quelli, i dettagli iconici, i punti panoramici andati virali. Il viaggio si trasforma nella verifica visiva di qualcosa che abbiamo già consumato digitalmente.

Non osserviamo più davvero un luogo, lo riconosciamo. Controlliamo che coincida con l’immagine che avevamo visto nel reel andato virale.

Uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research parla apertamente di “illusione della conoscenza”: più siamo esposti a informazioni rapide e semplificate, più tendiamo a sopravvalutare ciò che crediamo di sapere.

È una trasformazione enorme, perché cambia radicalmente la funzione stessa del viaggio culturale. Il patrimonio storico perde progressivamente la sua complessità e viene ridotto a esperienza immediatamente leggibile. Un monumento diventa “famoso” non necessariamente perché storicamente centrale, ma perché funziona bene dentro il linguaggio visivo che ho visto sui social. Il viaggio si trasforma in una forma di consumo performativo: bisogna vedere molto, fotografare molto, produrre continuamente contenuti che dimostrino di essere stati in un luogo.

Le conseguenze sono visibili ovunque nelle nostre città d’arte.
Secondo dati discussi in diversi studi sul turismo culturale, circa il 70% dei turisti internazionali si concentra su una porzione piccolissima del territorio italiano, generando una pressione enorme sempre sugli stessi luoghi. Venezia rappresenta forse il caso simbolico più evidente. Da anni l’UNESCO segnala i rischi legati all’overtourism e alla fragilità del suo equilibrio urbano e ambientale.

Ma il problema non è soltanto quantitativo.

La questione più profonda riguarda il modo in cui il patrimonio viene percepito. Perché un luogo storico non perde valore solo quando si deteriora fisicamente. Perde valore anche quando smette di essere compreso nella sua complessità.

Ed è qui che emerge una responsabilità collettiva che riguarda tutti.

Riguarda le istituzioni culturali, che per anni spesso hanno comunicato il patrimonio attraverso linguaggi troppo chiusi o accademici, incapaci di creare una relazione reale con il pubblico.
Riguarda i musei, che non riescono a parlare in modo chiaro e appassionato a chi ci entra.
Riguarda anche il mondo della divulgazione online, dove autorevolezza e visibilità vengono continuamente confuse. Oggi chiunque abbia uno smartphone può produrre contenuti culturali e definirsi divulgatore. Alcuni lo fanno con studio, responsabilità e competenza. Molti altri costruiscono invece contenuti basati su informazioni frammentarie raccolte online, spesso senza alcuna verifica delle fonti o reale capacità critica. Alcuni nemmeno le danno le informazioni, ma fanno video “aesthetic” bellissimi da vedere, che però spostano persone che vanno in quel determinato posto solo per replicare quel video.

Il problema non è soltanto l’errore storico o i 30 secondi. Il problema è la progressiva abitudine a una cultura semplificata, veloce e immediatamente consumabile. Una cultura che privilegia l’effetto rispetto alla comprensione.

Ed è forse proprio qui che si nasconde il rischio più grande del nostro tempo: non soltanto l’overtourism - che io vedo come una conseguenza- ma l’assuefazione culturale.

Perché ci si può assuefare anche alla bellezza. Sì.. certo. Anzi, forse è proprio quello che sta accadendo. Siamo talmente esposti a immagini di opere d’arte, monumenti e città storiche da rischiare di non percepirne più davvero il significato. La ripetizione continua produce familiarità, e la familiarità spesso riduce il senso della fragilità.

Il patrimonio culturale italiano rischia così di trasformarsi lentamente in uno sfondo permanente della nostra distrazione contemporanea: qualcosa di sempre visibile ma sempre meno compreso.

Eppure una città storica è il risultato fragile di secoli di storia, conflitti, trasformazioni, lavoro umano e trasmissione culturale. E forse oggi la domanda più urgente non è come aumentare il turismo culturale, ma come ricostruire una relazione più consapevole tra le persone e i luoghi che attraversano. La risposta non può essere adattare le città d’arte a misura di un turismo superficiale, veloce e inconsapevole farle diventare parchi gioco dove tutto si può consumare.
La vera sfida dovrebbe essere creare le condizioni perché il patrimonio torni davvero a parlare alle persone.

E questo significa assumersi una responsabilità collettiva molto più ampia.

Le istituzioni culturali, ad esempio, oggi utilizzano già i social network in maniera massiccia. Musei, fondazioni, siti archeologici e grandi poli culturali comunicano continuamente online. Il problema però non è essere presenti sulle piattaforme, ma il modo in cui spesso si sceglie di parlare al pubblico.

Da una parte esiste ancora una comunicazione troppo distante, costruita attraverso linguaggi freddi, accademici o autoreferenziali, che finiscono per escludere molte persone invece di avvicinarle. Dall’altra, nel tentativo di rincorrere engagement, viralità e attenzione immediata, molte realtà culturali rischiano di semplificare eccessivamente il patrimonio, adattandolo ai codici della comunicazione veloce fino quasi a svuotarlo di profondità.

Ma comunicare bene la cultura non significa banalizzarla.
Significa renderla comprensibile senza impoverirla.

La divulgazione culturale può essere accessibile, piacevole, persino coinvolgente, senza rinunciare alla complessità. Il problema nasce quando il patrimonio viene ridotto soltanto a immagine spettacolare, curiosità rapida o contenuto progettato esclusivamente per ottenere visualizzazioni.

Perché un luogo storico non dovrebbe limitarsi a essere “instagrammabile”.
Dovrebbe riuscire a raccontare perché esiste, quali storie custodisce, quali fragilità porta dentro e perché tutto questo riguarda ancora il presente.

I social, sono strumenti straordinario in questa direzione. Non soltanto spazi dove consumare immagini velocemente, ma luoghi capaci di costruire attenzione, curiosità e consapevolezza reale.
Il problema non è il mezzo. Il problema è aver confuso la velocità con la conoscenza e la semplificazione con la superficialità.

Perché il patrimonio culturale non sopravvive soltanto grazie alla conservazione materiale. Sopravvive quando le persone tornano a sentirlo come qualcosa che appartiene anche alla propria responsabilità culturale e civile.

La domanda finale che mi faccio e che faccio è: che tipo di turista stiamo costruendo?

La mia risposta la trovi nel titolo di questo articolo. E’ un affermazione forte? Sì. Perché alla fine il modo in cui una persona si comporta davanti a un luogo storico racconta molto più di qualsiasi statistica sul turismo. Racconta il rapporto che abbiamo sviluppato con il patrimonio, con il desiderio, con il consumo e persino con il concetto stesso di cultura.

Lo abbiamo visto chiaramente anche negli ultimi giorni a Roma, durante la tradizionale pioggia di petali al Pantheon per la Pentecoste, episodio dal quale nasce questo articolo. Un rito antichissimo, profondamente simbolico, nato dalla tradizione religiosa e dalla relazione spirituale tra architettura, luce e liturgia, che ogni anno richiama migliaia di persone.

Ciò che colpisce negli ultimi anni però, è il comportamento di isteria collettiva che si è venuta a creare. Ore di fila sotto il sole, piazza completamente congestionata, persone accalcate ovunque, telefoni alzati verso l’alto nel tentativo di catturare il momento, visitatori arrivati principalmente per “vedere il fenomeno” e riprodurre l’immagine già vista online.
Fino al culmine: momenti di forte tensione e caos all’ingresso, con persone che spingevano anziani, bambini senza nessuno scrupolo né per le persone, né per la fragilità del monumento. E tutto questo pur di entrare a tutti i costi per scattare la foto che immortalasse la caduta dei petali.
Il Pantheon non è un’arena per eventi virali. Non è una scenografia costruita per soddisfare un bisogno compulsivo. È uno dei monumenti più importanti della storia occidentale, uno spazio che attraversa quasi duemila anni di storia, trasformazioni religiose, architettura e memoria collettiva.

Eppure il comportamento del turista contemporaneo davanti a questi luoghi ormai sembra guidato da una logica completamente diversa: non vivere davvero l’esperienza, ma consumarla prima che finisca. Essere presenti prima degli altri. Ottenere l’immagine. Dimostrare di esserci stati.

Così anche un rito antico come la Pentecoste al Pantheon rischia di trasformarsi lentamente da esperienza simbolica e spirituale a fenomeno da social. Non importa più davvero cosa significhi quel gesto, quale storia custodisca o perché esista. Importa esserci nel momento in cui accade.

Stiamo costruendo visitatori sempre più allenati a reagire e sempre meno abituati a comprendere.

Persone capaci di riconoscere immediatamente un luogo iconico, ma non necessariamente di percepirne la fragilità.
Capaci di attraversare città straordinarie senza sviluppare una reale relazione con ciò che stanno guardando.
Capaci di consumare continuamente bellezza senza sentire alcuna responsabilità verso la sua conservazione.
L’overtourism è soltanto il sintomo visibile di qualcosa di più profondo: una progressiva ignoranza culturale.

Perché una società che smette di comprendere il valore dei propri luoghi storici finirà inevitabilmente per trattarli come qualsiasi altro prodotto di consumo.

E un patrimonio culturale trasformato in intrattenimento permanente rischia, lentamente, di perdere proprio ciò che lo rendeva unico: la capacità di costruire memoria, consapevolezza e relazione umana con il tempo.

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