{"id":23849,"date":"2026-05-26T11:50:36","date_gmt":"2026-05-26T09:50:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.guidexpress.com\/?p=23849"},"modified":"2026-05-26T13:46:31","modified_gmt":"2026-05-26T11:46:31","slug":"overtourism-e-turismo-disfunzionale-ecco-il-vero-problema","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.guidexpress.com\/it\/overtourism-e-turismo-disfunzionale-ecco-il-vero-problema\/","title":{"rendered":"Overtourism e Turismo disfunzionale ecco il vero problema!"},"content":{"rendered":"<h3>Il turista vede il mondo ma non lo ascolta.<\/h3>\n<p>Infatti, Immaginate di essere di fronte alla fontana di Trevi. Intorno a voi ci sono decine di persone: tutti scattano foto, cercano il punto migliore per un video, e via dicendo, ma in realt\u00e0, quasi nessuno sa davvero cosa sta guardando.<\/p>\n<p>\u00c8 questo il paradosso del turismo di oggi: viaggiamo e vediamo pi\u00f9 luoghi che mai, ma spesso non li comprendiamo.<\/p>\n<p>Quindi il vero problema non \u00e8 solo l\u2019overtourism. Il problema \u00e8 un turismo disfunzionale, concentrato, veloce e superficiale, dove le citt\u00e0 diventano scenografie e le storie dei luoghi restano invisibili.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 nasce Guidexpress: una piattaforma che usa GPS e AI per trasformare ogni luogo in un racconto audio personalizzato, multilingue e automatico. In poche parole: tu cammini e la citt\u00e0 si racconta.<\/p>\n<p>Guidexpress vuole ricostruire una relazione pi\u00f9 consapevole tra le persone e i luoghi che visitiamo.\u00a0 Perch\u00e9 un luogo storico non dovrebbe limitarsi a essere \u201cuna foto su instagram\u201d. Dovrebbe riuscire a raccontare perch\u00e9 esiste, quali storie custodisce, le sue botteghe storiche, il territorio, il suo tessuto sociale e via dicendo.<\/p>\n<p><strong>Queste sono le cose importanti per comprendere davvero un luogo nuovo e la nostra generazione lo sta dimenticando!<\/strong><\/p>\n<p>A questo proposito questa mattina ho trovato un articolo scritto da Isabella Talone in arte @isamuko sul suo blog \"miciporto\" che ho trovato MOLTO interessante e proprio per questo voglio riportarvelo (potete consultare l'articolo originale a questo link: <strong><a href=\"https:\/\/miciporto.substack.com\/p\/64-il-problema-non-e-loverturism\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">articolo completo<\/a><\/strong><br \/>\nFateci sapere cosa ne pensate...buona lettura!<br \/>\n------<\/p>\n<h3><strong>Il problema non \u00e8 l'overturism. Il problema \u00e8 l'ignoranza disfunzionale di chi viaggia oggi<br \/>\n<\/strong><\/h3>\n<p>L\u2019Italia non rischia soltanto di soccombere all\u2019overtourism. Ma di non riuscire pi\u00f9 a raccontare e a far rispettare il valore del proprio patrimonio artistico e culturale.<\/p>\n<p>L\u2019Italia possiede il pi\u00f9 alto numero di siti UNESCO al mondo:\u00a0<strong>61 patrimoni riconosciuti<\/strong>, distribuiti in un territorio relativamente piccolo ma straordinariamente denso di stratificazioni storiche, artistiche e paesaggistiche.<br \/>\nNon si tratta soltanto di grandi monumenti o musei celebri. Il patrimonio culturale italiano \u00e8 composto da migliaia di<strong>\u00a0chiese, palazzi, biblioteche, botteghe, centri storici, archivi, paesaggi agricoli, siti archeologici e luoghi della memoria<\/strong>\u00a0che costruiscono un ecosistema fragile e complesso.<\/p>\n<p>Secondo i dati della\u00a0<em>Fondazione Scuola dei beni culturali<\/em>, in Italia esistono oltre 4.400 tra musei, aree archeologiche e monumenti\u00a0<strong>aperti al pubblico<\/strong>. Negli ultimi anni il turismo culturale nel nostro paese \u00e8 cresciuto enormemente. Nel 2024 i solo i musei statali italiani hanno superato i\u00a0<strong>60 milioni di visitatori<\/strong>, mentre quasi il 44% dei turisti stranieri sceglie l\u2019Italia principalmente per il suo patrimonio artistico e culturale. Sono numeri che raccontano un interesse reale verso il nostro paese, ma che mostrano anche una trasformazione molto pi\u00f9 profonda del nostro rapporto con i luoghi storici e quindi con il nostro patrimonio culturale.<\/p>\n<h3 class=\"header-anchor-post\">Oggi il problema non \u00e8 soltanto quanti turisti arrivano in Italia, ma il modo in cui il nostro patrimonio viene percepito, attraversato e consumato.<\/h3>\n<p>Che tipo di relazione riescono davvero a costruire i turisti che arrivano in Italia con il patrimonio che incontrano? Perch\u00e9 il rapporto tra le persone e i luoghi culturali non nasce spontaneamente:\u00a0<strong>viene continuamente modellato dal modo in cui quel patrimonio viene raccontato, comunicato e reso accessibile<\/strong>.<\/p>\n<p>Spesso si parla del visitatore come unico responsabile della superficialit\u00e0 contemporanea, ma sarebbe una lettura troppo semplice. Anche le istituzioni culturali hanno una responsabilit\u00e0 enorme nel modo in cui il patrimonio viene percepito. Per anni - e alcuni lo fanno ancora oggi - molti musei, fondazioni e luoghi storici hanno comunicato l\u2019arte attraverso linguaggi chiusi, autoreferenziali o eccessivamente accademici, incapaci di creare una relazione reale con il pubblico. Molte persone non si allontanano dalla cultura perch\u00e9 disinteressate, ma perch\u00e9 si sentono escluse da un linguaggio che sembra parlare soltanto agli addetti ai lavori.<\/p>\n<p>Questo ha creato un vuoto comunicativo enorme che i social network hanno riempito rapidamente.<\/p>\n<p>Negli ultimi quindici anni proprio i social hanno cambiato radicalmente il rapporto tra persone, viaggio e cultura. Instagram, TikTok e YouTube\u00a0<strong>sono diventati strumenti centrali nella costruzione dell\u2019immaginario turistico contemporaneo.<\/strong>\u00a0Secondo diverse ricerche internazionali, oltre il 70% dei viaggiatori utilizza i social media per scegliere destinazioni e pianificare \u201cesperienze\u201d, mentre milioni di persone ogni giorno scoprono citt\u00e0, monumenti e musei attraverso contenuti brevi e fortemente visivi.<\/p>\n<p>Questo cambiamento ha avuto effetti importanti e in parte positivi. I social hanno reso la cultura pi\u00f9 \u201caccessibile\u201d e alla portata di tutti, avvicinato nuove generazioni all\u2019arte e dato visibilit\u00e0 a luoghi che per molto tempo erano rimasti fuori dalle grandi narrazioni turistiche. Molti professionisti della divulgazione culturale hanno costruito contenuti seri, capaci di semplificare temi complessi senza banalizzarli.<\/p>\n<p>Ma insieme a questo fenomeno si \u00e8 sviluppata anche una trasformazione pi\u00f9 problematica:\u00a0<strong>l\u2019idea che basti avere un telefono in mano e una buona capacit\u00e0 narrativa per fare divulgazione culturale.\u00a0<\/strong>Il viaggio nasce sempre meno da una ricerca personale e sempre pi\u00f9 da una sequenza di immagini veloci viste online che costruiscono il nostro desiderio, la nostra aspettativa e la voglia di andare in un determinato luogo, citt\u00e0, museo.<\/p>\n<p>Il problema dunque non \u00e8 soltanto la crescita incontrollata del turismo.\u00a0<strong>\u00c8 la trasformazione culturale che questo meccanismo sta producendo, ovvero un turismo sempre meno consapevole e disfunzionale.<\/strong><\/p>\n<p>Per secoli i luoghi culturali sono stati spazi da attraversare lentamente. Per comprendere una citt\u00e0 serviva tempo: bisognava camminarla, ascoltarla, studiarne la storia, osservare le stratificazioni architettoniche, entrare nei suoi silenzi, leggere libri, vedere film.<\/p>\n<p>Oggi invece molti luoghi vengono scelti perch\u00e9 immediatamente riconoscibili, fotografabili e condivisibili sui social.\u00a0<strong>La logica dell\u2019algoritmo ha progressivamente sostituito quella della scoperta, della curiosit\u00e0 e dello studio.\u00a0<\/strong>Non \u00e8 un caso che esista ormai un\u2019estetica globale del viaggio: le stesse terrazze, gli stessi scorci, le stesse pose, gli stessi tramonti. Tutto dannatamente uguale. Nessuna sensibilit\u00e0 individuale ma solo una narrazione uguale valida per tutti. Alcuni studiosi parlano apertamente di \u201csocial tourism\u201d, un turismo guidato dalla riproduzione visiva pi\u00f9 che dalla comprensione culturale. Il risultato \u00e8 che molti luoghi\u00a0<strong>smettono di essere percepiti come patrimoni storici complessi<\/strong>\u00a0e diventano scenografie per le foto.<\/p>\n<p>L\u2019algoritmo privilegia ci\u00f2 che cattura immediatamente l\u2019attenzione. Premia velocit\u00e0, riconoscibilit\u00e0, emozione istantanea. E questo inevitabilmente modifica anche il modo in cui i luoghi vengono raccontati.<\/p>\n<p>Molte persone arrivano in una citt\u00e0 con la sensazione di conoscerla gi\u00e0. Hanno visto centinaia di fotografie, reel e video. Conoscono gli scorci iconici, i punti panoramici, le immagini pi\u00f9 condivise. Ma questa\u00a0<strong>familiarit\u00e0 visiva viene spesso confusa con la conoscenza reale.<\/strong><\/p>\n<p>Vedere continuamente qualcosa non significa per\u00f2 averla compresa.<\/p>\n<p>Il sociologo e antropologo francese\u00a0<em>Marc Aug\u00e9<\/em>, gi\u00e0 negli anni Novanta, aveva individuato una trasformazione molto profonda del nostro rapporto con il mondo contemporaneo. Nel libro\u00a0<em>Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernit\u00e0<\/em>\u00a0descriveva una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 dominata dalla velocit\u00e0, dall\u2019eccesso di informazioni e dal consumo rapido degli spazi.<br \/>\nPer spiegare questo cambiamento utilizzava il termine \u201csurmodernit\u00e0\u201d: una fase storica in cui tutto diventa accelerato, sovraccarico e continuamente disponibile.<\/p>\n<p>Secondo Aug\u00e9, uno degli effetti pi\u00f9 evidenti di questa trasformazione \u00e8 la perdita del rapporto lento e relazionale con i luoghi. Una citt\u00e0 non era soltanto qualcosa da vedere: era un ambiente da abitare, capire, attraversare nel tempo. I luoghi custodivano identit\u00e0, relazioni sociali, rituali quotidiani e stratificazioni storiche. La contemporaneit\u00e0 invece produce sempre pi\u00f9 \u201cnonluoghi\u201d: aeroporti, centri commerciali, autostrade, catene alberghiere, spazi anonimi pensati per il passaggio rapido e non per creare relazione o appartenenza.<\/p>\n<p>Questa riflessione oggi si pu\u00f2 estendere anche al turismo culturale e ai social network. Perch\u00e9 molti luoghi storici stanno iniziando a essere vissuti secondo la stessa logica del consumo rapido. Un tempo il viaggio implicava scoperta. Arrivare in una citt\u00e0 significava confrontarsi con qualcosa che non si conosceva davvero. Esisteva il tempo dell\u2019attesa, dell\u2019orientamento con una cartina geografica in mano, persino dello smarrimento. Che bello era perdersi nelle citt\u00e0\u2026 Il luogo aveva ancora la capacit\u00e0 di sorprendere perch\u00e9 non era stato completamente anticipato dalle immagini.<\/p>\n<p>Oggi invece accade che arriviamo nei luoghi gi\u00e0 saturi di immagini viste e riviste decine o centinaia di volte. Conosciamo in anticipo gli scorci \u201cda fotografare\u201d, anzi andiamo a cercare solo quelli, i dettagli iconici, i punti panoramici andati virali. Il viaggio si trasforma nella verifica visiva di qualcosa che abbiamo gi\u00e0 consumato digitalmente.<\/p>\n<h3 class=\"header-anchor-post\"><strong>Non osserviamo pi\u00f9 davvero un luogo, lo riconosciamo. Controlliamo che coincida con l\u2019immagine che avevamo visto nel reel andato virale.<\/strong><\/h3>\n<p>Uno studio pubblicato sul\u00a0<em>Journal of Consumer Research<\/em>\u00a0parla apertamente di \u201cillusione della conoscenza\u201d: pi\u00f9 siamo esposti a informazioni rapide e semplificate, pi\u00f9 tendiamo a sopravvalutare ci\u00f2 che crediamo di sapere.<\/p>\n<p>\u00c8 una trasformazione enorme, perch\u00e9 cambia radicalmente la funzione stessa del viaggio culturale. Il patrimonio storico perde progressivamente la sua complessit\u00e0 e viene ridotto a esperienza immediatamente leggibile. Un monumento diventa \u201cfamoso\u201d non necessariamente perch\u00e9 storicamente centrale, ma perch\u00e9 funziona bene dentro il linguaggio visivo che ho visto sui social. Il viaggio si trasforma in una forma di consumo performativo: bisogna vedere molto, fotografare molto, produrre continuamente contenuti che dimostrino di essere stati in un luogo.<\/p>\n<p>Le conseguenze sono visibili ovunque nelle nostre citt\u00e0 d\u2019arte.<br \/>\nSecondo dati discussi in diversi studi sul turismo culturale, circa il 70% dei turisti internazionali si concentra su una porzione piccolissima del territorio italiano, generando una pressione enorme sempre sugli stessi luoghi. Venezia rappresenta forse il caso simbolico pi\u00f9 evidente. Da anni l\u2019UNESCO segnala i rischi legati all\u2019overtourism e alla<strong>\u00a0fragilit\u00e0 del suo equilibrio urbano e ambientale.<\/strong><\/p>\n<p>Ma il problema non \u00e8 soltanto quantitativo.<\/p>\n<p>La questione pi\u00f9 profonda riguarda il modo in cui il patrimonio viene percepito. Perch\u00e9 un luogo storico non perde valore solo quando si deteriora fisicamente. Perde valore anche quando smette di essere compreso nella sua complessit\u00e0.<\/p>\n<h4 class=\"header-anchor-post\"><strong>Ed \u00e8 qui che emerge una responsabilit\u00e0 collettiva che riguarda tutti.<\/strong><\/h4>\n<p>Riguarda le istituzioni culturali, che per anni spesso hanno comunicato il patrimonio attraverso linguaggi troppo chiusi o accademici, incapaci di creare una relazione reale con il pubblico.<br \/>\nRiguarda i musei, che non riescono a parlare in modo chiaro e appassionato a chi ci entra.<br \/>\nRiguarda anche il mondo della divulgazione online,\u00a0<strong>dove autorevolezza e visibilit\u00e0 vengono continuamente confuse.<\/strong>\u00a0Oggi chiunque abbia uno smartphone pu\u00f2 produrre contenuti culturali e definirsi divulgatore. Alcuni lo fanno con studio, responsabilit\u00e0 e competenza. Molti altri costruiscono invece contenuti basati su informazioni frammentarie raccolte online, spesso senza alcuna verifica delle fonti o reale capacit\u00e0 critica. Alcuni nemmeno le danno le informazioni, ma fanno video \u201caesthetic\u201d bellissimi da vedere, che per\u00f2 spostano persone che vanno in quel determinato posto solo per replicare quel video.<\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 soltanto l\u2019errore storico o i 30 secondi.\u00a0<strong>Il problema \u00e8 la progressiva abitudine a una cultura semplificata, veloce e immediatamente consumabile.\u00a0<\/strong>Una cultura che privilegia l\u2019effetto rispetto alla comprensione.<\/p>\n<h4 class=\"header-anchor-post\">Ed \u00e8 forse proprio qui che si nasconde il rischio pi\u00f9 grande del nostro tempo: non soltanto l\u2019overtourism - che io vedo come una conseguenza- ma\u00a0<strong>l\u2019assuefazione culturale.<\/strong><\/h4>\n<p>Perch\u00e9 ci si pu\u00f2 assuefare anche alla bellezza. S\u00ec.. certo. Anzi, forse \u00e8 proprio quello che sta accadendo. Siamo talmente esposti a immagini di opere d\u2019arte, monumenti e citt\u00e0 storiche da rischiare di non percepirne pi\u00f9 davvero il significato. La ripetizione continua produce familiarit\u00e0, e la familiarit\u00e0 spesso riduce il senso della fragilit\u00e0.<\/p>\n<p>Il patrimonio culturale italiano rischia cos\u00ec di trasformarsi lentamente in uno sfondo permanente della nostra distrazione contemporanea: qualcosa di sempre visibile ma sempre meno compreso.<\/p>\n<p>Eppure una citt\u00e0 storica \u00e8 il risultato fragile di secoli di storia, conflitti, trasformazioni, lavoro umano e trasmissione culturale. E forse oggi la domanda pi\u00f9 urgente non \u00e8 come aumentare il turismo culturale, ma\u00a0<strong>come ricostruire una relazione pi\u00f9 consapevole tra le persone e i luoghi che attraversano.\u00a0<\/strong>La risposta non pu\u00f2 essere adattare le citt\u00e0 d\u2019arte a misura di un turismo superficiale, veloce e inconsapevole farle diventare parchi gioco dove tutto si pu\u00f2 consumare.<br \/>\nLa vera sfida dovrebbe essere creare le condizioni perch\u00e9 il patrimonio torni davvero a parlare alle persone.<\/p>\n<p>E questo significa assumersi una responsabilit\u00e0 collettiva molto pi\u00f9 ampia.<\/p>\n<p>Le istituzioni culturali, ad esempio, oggi utilizzano gi\u00e0 i social network in maniera massiccia. Musei, fondazioni, siti archeologici e grandi poli culturali comunicano continuamente online. Il problema per\u00f2 non \u00e8 essere presenti sulle piattaforme, ma il modo in cui spesso si sceglie di parlare al pubblico.<\/p>\n<p>Da una parte esiste ancora una comunicazione troppo distante, costruita attraverso linguaggi freddi, accademici o autoreferenziali, che finiscono per escludere molte persone invece di avvicinarle. Dall\u2019altra, nel tentativo di rincorrere engagement, viralit\u00e0 e attenzione immediata, molte realt\u00e0 culturali rischiano di semplificare eccessivamente il patrimonio, adattandolo ai codici della comunicazione veloce fino quasi a svuotarlo di profondit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Ma comunicare bene la cultura non significa banalizzarla.<br \/>\nSignifica renderla comprensibile senza impoverirla.<\/strong><\/p>\n<p>La divulgazione culturale pu\u00f2 essere accessibile, piacevole, persino coinvolgente, senza rinunciare alla complessit\u00e0. Il problema nasce quando il patrimonio viene ridotto soltanto a immagine spettacolare, curiosit\u00e0 rapida o contenuto progettato esclusivamente per ottenere visualizzazioni.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 un luogo storico non dovrebbe limitarsi a essere \u201cinstagrammabile\u201d.<br \/>\nDovrebbe riuscire a raccontare perch\u00e9 esiste, quali storie custodisce, quali fragilit\u00e0 porta dentro e perch\u00e9 tutto questo riguarda ancora il presente.<\/p>\n<p>I social, sono strumenti straordinario in questa direzione. Non soltanto spazi dove consumare immagini velocemente, ma luoghi capaci di costruire attenzione, curiosit\u00e0 e consapevolezza reale.<br \/>\nIl problema non \u00e8 il mezzo. Il problema \u00e8 aver confuso la velocit\u00e0 con la conoscenza e la semplificazione con la superficialit\u00e0.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il patrimonio culturale non sopravvive soltanto grazie alla conservazione materiale.\u00a0<strong>Sopravvive quando le persone tornano a sentirlo come qualcosa che appartiene anche alla propria responsabilit\u00e0 culturale e civile.<\/strong><\/p>\n<h3 class=\"header-anchor-post\">La domanda finale che mi faccio e che faccio \u00e8: che tipo di turista stiamo costruendo?<\/h3>\n<p>La mia risposta la trovi nel titolo di questo articolo. E\u2019 un affermazione forte? S\u00ec. Perch\u00e9 alla fine il modo in cui una persona si comporta davanti a un luogo storico racconta molto pi\u00f9 di qualsiasi statistica sul turismo. Racconta il rapporto che abbiamo sviluppato con il patrimonio, con il desiderio, con il consumo e persino con il concetto stesso di cultura.<\/p>\n<p>Lo abbiamo visto chiaramente anche negli ultimi giorni a Roma, durante la tradizionale pioggia di petali al Pantheon per la Pentecoste, episodio dal quale nasce questo articolo. Un rito antichissimo, profondamente simbolico, nato dalla tradizione religiosa e dalla relazione spirituale tra architettura, luce e liturgia, che ogni anno richiama migliaia di persone.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che colpisce negli ultimi anni per\u00f2, \u00e8 il comportamento di isteria collettiva che si \u00e8 venuta a creare. Ore di fila sotto il sole, piazza completamente congestionata, persone accalcate ovunque, telefoni alzati verso l\u2019alto nel tentativo di catturare il momento, visitatori arrivati principalmente per \u201cvedere il fenomeno\u201d e riprodurre l\u2019immagine gi\u00e0 vista online.<br \/>\nFino al culmine: momenti di forte tensione e caos all\u2019ingresso, con persone che spingevano anziani, bambini senza nessuno scrupolo n\u00e9 per le persone, n\u00e9 per la fragilit\u00e0 del monumento. E tutto questo pur di entrare a tutti i costi per scattare la foto che immortalasse la caduta dei petali.<br \/>\nIl Pantheon non \u00e8 un\u2019arena per eventi virali. Non \u00e8 una scenografia costruita per soddisfare un bisogno compulsivo. \u00c8 uno dei monumenti pi\u00f9 importanti della storia occidentale, uno spazio che attraversa quasi duemila anni di storia, trasformazioni religiose, architettura e memoria collettiva.<\/p>\n<p>Eppure il comportamento del turista contemporaneo davanti a questi luoghi ormai sembra guidato da una logica completamente diversa: non vivere davvero l\u2019esperienza, ma consumarla prima che finisca. Essere presenti prima degli altri. Ottenere l\u2019immagine. Dimostrare di esserci stati.<\/p>\n<p>Cos\u00ec anche un rito antico come la Pentecoste al Pantheon rischia di trasformarsi lentamente da esperienza simbolica e spirituale a fenomeno da social. Non importa pi\u00f9 davvero cosa significhi quel gesto, quale storia custodisca o perch\u00e9 esista. Importa esserci nel momento in cui accade.<\/p>\n<p>Stiamo costruendo visitatori sempre pi\u00f9 allenati a reagire e sempre meno abituati a comprendere.<\/p>\n<p>Persone capaci di riconoscere immediatamente un luogo iconico, ma non necessariamente di percepirne la fragilit\u00e0.<br \/>\nCapaci di attraversare citt\u00e0 straordinarie senza sviluppare una reale relazione con ci\u00f2 che stanno guardando.<br \/>\nCapaci di consumare continuamente bellezza senza sentire alcuna responsabilit\u00e0 verso la sua conservazione.<br \/>\nL\u2019overtourism \u00e8 soltanto il sintomo visibile di qualcosa di pi\u00f9 profondo: una progressiva ignoranza culturale.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 una societ\u00e0 che smette di comprendere il valore dei propri luoghi storici finir\u00e0 inevitabilmente per trattarli come qualsiasi altro prodotto di consumo.<\/p>\n<p>E un patrimonio culturale trasformato in intrattenimento permanente rischia, lentamente, di perdere proprio ci\u00f2 che lo rendeva unico: la capacit\u00e0 di costruire memoria, consapevolezza e relazione umana con il tempo.<\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Viaggiamo e vediamo sempre pi\u00f9 luoghi, ma spesso non li comprendiamo davvero. 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